Giampaolo Pansa, L’Espresso, 20/02/1997, 20 febbraio 1997
Lerner è stato tanto bravo da costruire un film che avvinceva e, al tempo stesso, distraeva, nel senso che suscitava all’istante ricordi, riflessioni, domande
Lerner è stato tanto bravo da costruire un film che avvinceva e, al tempo stesso, distraeva, nel senso che suscitava all’istante ricordi, riflessioni, domande. La prima domanda che mi sono fatto è perché mai, nell’Italia di oggi, tante famiglie si ostinino a considerare la laurea un fattore indispensabile di promozione sociale. Mi guardo in giro e mi accorgo di quanta gente pensi di avere in casa un figlio fenomeno, un Einstein o un Manzoni, scelto dal destino per diventare prima dottore, poi professore e poi chissaché. Magari quel figlio o quella figlia sarebbero adattissimi a fare l’infermiere, l’idraulico, l’elettricista, il perito meccanico, o uno dei tanti mestieri nuovi che stanno apparendo. Ma papà e mamma non si arrendono all’evidenza e pretendono per il loro erede il famoso pezzo di carta. Conosco dei genitori entrambi laureati che considerano un disonore da nascondere anche agli amici l’avere un figlio non tagliato per gli studi universitari. E insistono, lo iscrivono a forza a una facoltà, poi gliela fanno cambiare, una, due volte, e avanti così lungo una giovinezza senza sbocchi.