Enrico Franceschini, La Repubblica, 14/02/1997, 14 febbraio 1997
Ma questa non è una Borsa. Se alzi gli occhi dal vorticoso commercio dei vicoli, dal guerrigliero in uniforme mimetica col mitra a tracolla che discute il prezzo di un videoregistratore, vedi tutto intorno al bazar le macerie di una città demolita, metro per metro, dai bombardamenti a tappeto dell’aviazione e dell’artiglieria di Mosca
Ma questa non è una Borsa. Se alzi gli occhi dal vorticoso commercio dei vicoli, dal guerrigliero in uniforme mimetica col mitra a tracolla che discute il prezzo di un videoregistratore, vedi tutto intorno al bazar le macerie di una città demolita, metro per metro, dai bombardamenti a tappeto dell’aviazione e dell’artiglieria di Mosca. I russi hanno conquistato e poi perso Grozny ben tre volte. Per scacciare i ribelli non colpivano obiettivi militari o pseudo-tali: demolivano coscientemente edifici civili, abitazioni, perfino casette a un piano. L’effetto ottenuto è lo stesso dei bombardamenti della seconda guerra mondiale: non è rimasto più niente, nulla è sfuggito alle bombe. A parte l’atomica, dicono i ceceni, l’Armata Russa ha usato tutti i mezzi a sua disposizione per vincere la guerra, e l’ha persa lo stesso.