Stenio Solinas, Il Giornale, 12/02/1997, 12 febbraio 1997
Come tutti coloro che sfuggono la massa e detestano l’uniformità, Chatwin si era creato un’uniforme da lavoro e una da riposo
Come tutti coloro che sfuggono la massa e detestano l’uniformità, Chatwin si era creato un’uniforme da lavoro e una da riposo. Nell’epoca del vestire libero, quando ogni regola è disattesa e ogni capriccio è ammesso, non c’è altra strada per rimanere distinto che il crearsi un proprio stile, identico e ripetitivo nelle sue minime differenze. Pantaloni color kaki tagliati al ginocchio, una specie di sahariana dello stesso colore con spalline e tasche a soffietto, calzettoni e scarponi. Una celebre foto di Lord Snodown l’ha immortalato con quest’ultimi a tracolla. Viaggiava così in Africa come nel Galles. Quando non era in movimento, il blu e il verde scuro erano i suoi colori preferiti. Camicie Brooks Brothers blu (nessuno è perfetto), giacche con sempre una punta di blu, loden del tipo a mantella. Non c’era nulla di spontaneo in ciò nel senso che ogni capo era frutto di prove e tentativi, in cerca del proprio stile, e ciononostante alla fine il tutto diveniva qualcosa di innato. Non avrebbe potuto essere altrimenti. Non c’era vetrina dove non si fermasse a specchiarsi. Secondo un suo amico, Gabriele Annan, «gli piaceva essere bello. Non per pavoneggiarsi. Per risplendere».