Stenio Solinas, Il Giornale, 12/02/1997, 12 febbraio 1997
Qui Chatwin perfezionò il suo estetismo, una certa propensione dandistica, la passione per il travestimento, per le personalità molteplici, fattori combinati insieme tenacemente per dar vita a una sorta di mitologia personale, dove la finzione si trasformava in verità e la verità sembrava una menzogna
Qui Chatwin perfezionò il suo estetismo, una certa propensione dandistica, la passione per il travestimento, per le personalità molteplici, fattori combinati insieme tenacemente per dar vita a una sorta di mitologia personale, dove la finzione si trasformava in verità e la verità sembrava una menzogna. Nel libro di Susannah Clapp c’è un’immagine che riassume e condensa la leggenda chatwiniana già allora in opera. Lo si vede attraversare a passo di carica un salone di Christie’s, la casa d’aste rivale, seguito da un codazzo di impiegati e appassionati tesi nel prendere appunti. Puntando il dito in rapida successione, verso le opere esposte, il giudizio è rapidissimo: «Questo è un falso, questo è un falso, questo è un falso, questo è un falso assoluto, questo è un orribile falso». «Cosa succede quando Chatwin osserva un quadro?», chiese lo scrittore Francis Wyndhamn a un comune amico. «Il quadro cade», fu la risposta. Nell’ambiente lo chiamavano «L’Occhio».