Stenio Solinas, Il Giornale, 12/02/1997, 12 febbraio 1997
In uno scrittore il rapporto con la verità è sempre complesso. Nel caso di Chatwin è irresolvibile tanto per lui quest’ultima si confonde con la propria visione del mondo, nella quale correlazioni, intuizioni e personaggi rispondono a un preciso canone etico ed estetico
In uno scrittore il rapporto con la verità è sempre complesso. Nel caso di Chatwin è irresolvibile tanto per lui quest’ultima si confonde con la propria visione del mondo, nella quale correlazioni, intuizioni e personaggi rispondono a un preciso canone etico ed estetico. «Nel suo mondo tutti gli anatroccoli erano cigni», ha raccontato sua moglie Elisabeth, e mai definizione, nella sua semplicità, è più appropriata. Paul Theroux, viaggiatore e romanziere, una volta lo rimproverò per la mancanza di dettagli e di precisione di cui erano lastricati i suoi testi. «Se scrivi un libro di viaggi, devi dire la verità», lo accusò. «Non credo nella verità», fu la risposta. In realtà, parlavano due linguaggi diversi. Theroux, che ha sempre alternato reportage e narrativa, vedeva i due campi separati, Chatwin li ha sempre mischiati, ritenendo la propria verità artistica superiore o, in ogni caso, più interessante, di quella reale. Da Le vie dei canti a Utz a Il viceré di Ouidah (tutti i suoi libri sono editi in Italia da Adelphi) le storie che egli racconta sono così intrecciate di vissuto e di immaginato da far uscire una plausibilissima e perfettamente logica altra dimensione.