Stenio Solinas, Il Giornale, 12/02/1997, 12 febbraio 1997
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Biografia di Bruce Chatwin
Gran seduttore anche con la parola, poteva risultare odioso o amabile, difficilmente noioso. Sapeva prendere in giro e si lasciava prendere in giro. A Jonathan Hope, un suo amico antiquario, segnalò due giavellotti antichi di fattura asiatica, seppelliti in un negozio di anticaglie di Ludlow, nel Galles. «Potremmo comprarne uno a testa», gli disse. Poi partì, senza far sapere né per dove né per quanto. Hope andò nel negozio e fece l’acquisto. Mesi dopo alcuni amici gli dissero che Chatwin raccontava in giro che lui aveva fatto la scoperta e Hope, più bravo, l’affare. «Ma guarda che uno è tuo, come d’accordo», gli disse Hope quando finalmente riuscì a mettersi in contatto. «No grazie, mi piace più la storia come la racconto io». In un’altra occasione, nella villa Malcontenta di proprietà dei Landsberg, identificò un pezzo di marmo sotto una consolle come parte di una scultura greca. I padroni di casa gliene fecero omaggio. Trasportata nel suo appartamento di Hyde Park, la descrisse in un articolo come «il posteriore di un kùros greco arcaico». Gli intimi la ribattezzarono ”il Culo”. Gli ultimi mesi di vita segnati dalla malattia sono, nel racconto che ne fa la Clapp, commoventi. Sino alla fine Chatwin sognò di scrivere un’opera su Rimbaud. Lo affascinava quel suo abbandono improvviso della poesia, ad appena vent’anni. Aveva elaborato una teoria in proposito: il fuggire da ciò che era stato, l’alcol, la droga, i nervi a pezzi, e il viaggiare per l’Europa e poi in Egitto ad Aden e in Abissinia, era un modo per allontanarsi dal male e ritrovare la sanità mentale e fisica perduta. Così sarebbe stato per lui. «Se riesco a rimettermi in piedi e a camminare, mi salvo», era l’idea con cui si dava forza. Solvitur ambulando, camminando si risolve... Morì come Rimbaud, nel sud della Francia.