Barbara Spinelli, La Stampa, 16/02/1997, 16 febbraio 1997
Mi dice Bernard Perret, studioso della fine del lavoro, che precisamente questo è il malessere di cui i francesi soffrono più di ogni altra nazione in Europa occidentale: questa fine del lavoro classico e questa disoccupazione irriformabile, che è alla base del loro senso di declino nazionale
Mi dice Bernard Perret, studioso della fine del lavoro, che precisamente questo è il malessere di cui i francesi soffrono più di ogni altra nazione in Europa occidentale: questa fine del lavoro classico e questa disoccupazione irriformabile, che è alla base del loro senso di declino nazionale. «Altre nazioni possono convivere più facilmente con un lavoro che va trasformandosi, che si fa ovunque più precario e più mobile, che smette di funzionare sull’unità di tempo di luogo e di azione, come nelle tragedie antiche», spiega Perret, «mentre per la Francia è un autentico trauma nazionale, psicologico. La sua identità infatti è storicamente fondata sul lavoro: sul lavoro che emancipa l’individuo dalle comunità fraterne o familiari, dalle appartenenze di etnia o di religione, e che dà sostanza a quell’altro elemento di integrazione sociale che è la laicità. Il lavoro prolunga la rivoluzione del cittadino libero, conferisce a quest’ultimo una dimensione sociale, e il suo venir meno disintegra la nazione, la rende vulnerabile». Di qui il fascino esercitato dal Fronte, che incarna la nostalgia incollerita dell’individuo rivoluzionario che si sente perduto, ed è al tempo stesso fuga verso nuove forme di identità alternativa, fondate non più sull’integrazione laica attraverso il lavoro o su forme contrattuali di convivenza sociale, ma su quella che Durkheim chiamava «solidarietà delle similitudini» di sangue, o di fede, di piccolo gruppo. «C’è un’immensa domanda di identità e c’è una crisi profonda dell’individuo nel neofascismo francese che le classi politiche di destra o di sinistra trascurano a loro rischio e pericolo».