Stelio Solinas, Il Giornale, 21/02/1997, 21 febbraio 1997
C’era stata una primavera cubana per Hemingway, gonfia di certezze e di promesse. Era durata quasi un quarto di secolo, dalla metà degli anni Trenta, quando per la prima volta era sbarcato all’Avana, fino al drammatico, duplice incidente aereo del gennaio ’54 in Africa, da cui uscì con la testa fracassata, rotture al fegato, alla milza e al rene, ustioni di primo grado, perdita dell’udito dall’orecchio sinistro, distorsioni, slogature e schiacciamenti di vertebre
C’era stata una primavera cubana per Hemingway, gonfia di certezze e di promesse. Era durata quasi un quarto di secolo, dalla metà degli anni Trenta, quando per la prima volta era sbarcato all’Avana, fino al drammatico, duplice incidente aereo del gennaio ’54 in Africa, da cui uscì con la testa fracassata, rotture al fegato, alla milza e al rene, ustioni di primo grado, perdita dell’udito dall’orecchio sinistro, distorsioni, slogature e schiacciamenti di vertebre. Il Nobel vinto qualche mese dopo, fu l’epitaffio d’un’esistenza, artistica e umana, prestigiosa. A 55 anni si ritrovò con il premio più ambito che un romanziere potesse ricevere, ma era un uomo e uno scrittore finito. L’imperativo categorico a cui fino ad allora era stato fedele si racchiudeva in un motto. «Il faut (d’abord) durer», innanzi tutto si deve resistere. Provò ancora a onorarlo poi lo cambiò in «il faut (toujors) mourir». E agì di conseguenza.