Roberto Beretta, Avvenire, 26/02/1997, 26 febbraio 1997
Che cosa pensa allora del pauperismo, dei suoi confratelli che praticano la nuda condivisione con i poveri nelle baraccopoli del terzo mondo? «Ci sono aspetti positivi nella condivisione: può servire ad elevare la cultura dei poveri, farli pensare, insegnare i principi primi
Che cosa pensa allora del pauperismo, dei suoi confratelli che praticano la nuda condivisione con i poveri nelle baraccopoli del terzo mondo? «Ci sono aspetti positivi nella condivisione: può servire ad elevare la cultura dei poveri, farli pensare, insegnare i principi primi. Ma poi l’uomo vuole avere il necessario: non si può ragionare con la pancia vuota. Ho incontrato anch’io degli eroi che scelgono di vivere con i poveri; ma non credo che l’obiettivo sia di farli rimanere poveri. Il significato dell’uomo non è essere povero, bensì migliorarsi per avere la possibilità di pensare, di acculturarsi, di elevarsi in tutti i modi: anche come corpo e come ambiente. Cioè - in sintesi - tornare a quello che Dio l’ha fatto: Signore dell’universo. La condivisione, comunque, è una scelta, e ognuno fa quella che crede. Io ho fatto la mia: incrementare le risorse per aiutare i poveri ad esserlo meno e possibilmente diventare ricchi per aiutare altri poveri». (Don Verzé a Roberto Beretta)