Vittorio Zucconi, La Repubblica, 25/02/1997, 25 febbraio 1997
Alle cinque della sera di una domenica d’inverno limpida come l’anima di un bambino o di un pazzo, dalla terrazza panoramica dell’Empire State Building si può vedere tutto: l’oceano, Manhattan, la Statua della Libertà, il passato, e adesso, anche il volto della propria morte
Alle cinque della sera di una domenica d’inverno limpida come l’anima di un bambino o di un pazzo, dalla terrazza panoramica dell’Empire State Building si può vedere tutto: l’oceano, Manhattan, la Statua della Libertà, il passato, e adesso, anche il volto della propria morte. Alle cinque della sera di domenica scorsa un ragazzo biondo che veniva dalla terra di Amleto, la Danimarca e un vecchio arabo calvo che veniva dalla terra di Gesù, la Palestina, si trovarono insieme nella fila dei turisti, in attesa degli ascensori che li avrebbero portati all’86.mo piano, al belvedere. Erano separati da una cinquantina di persone, mostrano i videotape delle telecamere di sicurezza, sconosciuti l’uno all’altro, lontani come possono esserlo un vecchio palestinese e un giovane danese, eppure destinati a un appuntamento sul tetto di Manhattan che li avrebbe sposati per sempre nel matrimonio con la loro comune morte.