Vittorio Zucconi, La Repubblica, 25/02/1997, 25 febbraio 1997
Ore dopo, sono arrivate le dichiarazioni ufficiali, le conferenze stampa, il gioco a coprirsi il didietro della sicurezza interna che aveva soltanto tre guardie private nell’intero palazzo e le lagne dei giornalisti che domandano come sia potuto accadere, quali misure di sicurezza verranno prese, le solite chiacchiere di tutti i dopo tragedia, come se fosse davvero possibile perquisire 3 milioni di persone, in un edificio pubblico che attira visitatori da tutto il pianeta
Ore dopo, sono arrivate le dichiarazioni ufficiali, le conferenze stampa, il gioco a coprirsi il didietro della sicurezza interna che aveva soltanto tre guardie private nell’intero palazzo e le lagne dei giornalisti che domandano come sia potuto accadere, quali misure di sicurezza verranno prese, le solite chiacchiere di tutti i dopo tragedia, come se fosse davvero possibile perquisire 3 milioni di persone, in un edificio pubblico che attira visitatori da tutto il pianeta. Il sindaco Giuliani, con la sua ”s”, resa ancorpiù ammosciata dalla tragedia, va in tv a rimettere insieme i pezzi della statuina di terracotta della ”sua New York”, della cittadina tornata tanto ospitale e sicura che era riuscito a creare e che le rivoltellate di Abu Kamal ora rischiano di sbriciolare con danni immensi al turismo: quei tre milioni di scalatori del grattacielo di King Kong, oggi il secondo in altezza a Manhattan dopo le torri del World Trade Center si lasciano dietro miliardi l’anno. Per buona sorte di tutti, il vecchio era soltanto un uomo solo, sconvolto. Dunque niente riacutizzarsi della psicosi da terrorista arabo che afferrò la più importante città israelita fuori da Israele dopo le bombe ai grattacieli del World Trade Center.