Eugenio Manca, L’Unit, 01/03/1997, 1 marzo 1997
Siamo ciechi. D’improvviso siamo diventati ciechi. Procediamo a tentoni agitando - basso - il bastone, agguantando l’aria con le mani, dialogando con il buio
Siamo ciechi. D’improvviso siamo diventati ciechi. Procediamo a tentoni agitando - basso - il bastone, agguantando l’aria con le mani, dialogando con il buio. Ed ecco che qualcuno compare, no, non compare, giacché è notte - ma qualcuno ci dà la voce, ci rassicura. Antonio. Dice di essere Antonio. Non abbiate timore - dice - voi non siete ciechi, avete solo lasciato gli occhi fuori per un momento. un gioco, una simulazione, un presagio. Un rimorso. Basta fare qualche passo avanti o indietro e potrete tornare alla luce. Ma io, cieco, mi offro di guidarvi. Sarò la vostra vista: i miei occhi ciechi per i vostri occhi sani. Non c’è più il mancorrente. Non c’è più la parete. Siamo in mezzo al buio, confitti nel buio: ritti, oscillanti, protesi. Uno sgomento ci assale. Muoviamo piccoli passi da bambino su un fondo ghiaioso. Sentiamo uccelli cinguettare, stormire le fronde di un albero. Dove siamo? Che luogo è? Tendiamo la mano e tocchiamo qualcosa che somiglia a un tronco, alla rugosa corteccia di un albero. Bravo, è proprio un albero, ci incoraggia la voce di Antonio, come si fa coi bambini.