Eugenio Manca, L’Unit, 01/03/1997, 1 marzo 1997
Ancora un cambio, uno stretto passaggio e siamo fuori dal labirinto oppressivo. Eccoci in un luogo di differente urbanità, di socialità meno feroce: un caffè
Ancora un cambio, uno stretto passaggio e siamo fuori dal labirinto oppressivo. Eccoci in un luogo di differente urbanità, di socialità meno feroce: un caffè. Possiamo sedere, e senza difficoltà troviamo lo sgabello. Possiamo bere una bibita e senza timore ci affidiamo alla perizia tattile del barman. Dobbiamo pagare il conto e ci facciamo aiutare dalla cassiera. Possiamo persino accogliere l’invito di Antonio ad andare in terrazza, salendo una rampa di scale con qualche allegria. Non potremo godere del panorama ma potremo immaginarlo ampio, aperto, quieto. Ci sediamo su una panchina. Parliamo nel buio. Antonio ci osserva. Sentiamo che ci osserva con i suoi occhi ciechi. Con essi ci interroga, lui solo capace di vedere in questa oscurità, di riconoscere i passi falsi, i falsi pensieri. davvero così estraneo un cieco? Davvero è così ”diverso”, così remoto alla vostra ”normalità”? E può bastarvi la vista, da sola, o non ve ne servite, forse, come una coltre che smorza gli altri sensi e finisce per annebbiare la verità? E chi è diverso da chi? Si deve fare l’esperienza del buio per vederci più chiaro, si deve entrare nella tenebra per muovere qualche passo verso se stessi. Possono aiutarci Omero e Borges, Shakespeare e Pascal, Sofocle e Machado. Ma può aiutarci anche il bastoncino di Antonio, e la sua voce adolescente, e questa ”mostra” piena di buio che illumina pigrizia e preconcetti. Già molti, in Germania dove è nata, ma altrove in Europa e poi in America dove viaggia da alcuni anni, se ne sono serviti. Che serva anche da noi: che i non vedenti riescano nel prodigio di farci aprire gli occhi.