Valeria Viganò, L’Unità, 04/08/1996, 4 agosto 1996
Andare in kajak non è facile, l’equilibrio è instabile e subito pronto a ribaltarsi nel suo contrario
Andare in kajak non è facile, l’equilibrio è instabile e subito pronto a ribaltarsi nel suo contrario. Se si è destri si tende a sinistra e viceversa, e le gambe e gli addominali devono spingere e attaccarsi all’imbarcazione. Andarci in due può essere addirittura esilerante per chi guarda due dilettanti che pagaiano a fatica insieme, che devono continuamente chiamarsi la direzione per procedere di pochi metri. Ho provato una volta sola e il disaccordo con l’altra metà della barca era tale che forse dovevo sospettare dissapori ben più gravi. Perchè andare sul kajak a due è come costruire un amore sulle differenze, e vincere i dissapori, i diversi tempi e punti di vista. Tanto più quando le due personalità sono forti e indipendenti. Proprio in questo caso si avvera, per riuscire a ottenere il meglio, la fatica di convivere in uno spazio ridottissimo fatto del guscio filante e leggero e di due posti attaccati, niente terzi incomodi. Rossi e Scarpa sono riusciti nel capolavoro che riesce a pochi: la costruzione dell’accordo che viene dall’amore per l’acqua e la velocità, per quel guardare raso lago e allontanarsi dal tramestio del mondo. L’idillio spesso è remare verso il punto più distante dall’uomo, è la ricerca del silenzio. Loro due, il bruno e il biondo, ci hanno regalato una medaglia d’oro dopo contrasti, incontri e rfeincontri, accettazione e affermazione reciproca. Fossati canta che la costruzione di un amore «spezza le vene delle mani, mescola il sangue con il sudore, se ne rimane», metafora perfetta per chi, come Rossi e Scarpa, hanno finalmente trovato l’unisono.