Renato Rizzo, La Stampa, 21/02/1997, 21 febbraio 1997
Fidel Castro, rinchiuso nella prigione dell’Isla de Pinos dopo il fallito assalto alla caserma della Moncada del 26 luglio 1953, scrive alla donna di cui è innamorato, Natalia Revuelta, signorina della buona borghesia cubana, lettere piene di poesia e passione, solo ora rese pubbliche dalla figlia che i due ebbero a coronamento della loro storia d’amore, la riottosa Alina (costei, alla domanda: «Vuole bene a suo padre?» ha sempre risposto seccamente: «No»)
Fidel Castro, rinchiuso nella prigione dell’Isla de Pinos dopo il fallito assalto alla caserma della Moncada del 26 luglio 1953, scrive alla donna di cui è innamorato, Natalia Revuelta, signorina della buona borghesia cubana, lettere piene di poesia e passione, solo ora rese pubbliche dalla figlia che i due ebbero a coronamento della loro storia d’amore, la riottosa Alina (costei, alla domanda: «Vuole bene a suo padre?» ha sempre risposto seccamente: «No»). Ecco una lettera tipo di Fidel alla sua amata: «Mia cara Natty, le tue lettere brevi sono belle, e le preferisco perché mi arrivano con maggiore frequenza. L’allegria che una lettera trasmette non è solo nel suo contenuto, ma, quando uno è prigioniero, è gioia anche l’arrivo stesso di una piccola busta conosciuta che si attende con affetto ed impazienza. Ci sono frasi che sono baci. E c’è un miele che non nausea mai: ecco il segreto delle cose che mi dici tu. «Da giorni vorrei chiederti una cortesia. Di tanto in tanto lascia stare la macchina: scrivimi a mano. incantevole la tua grafia delicata, femminile. Inconfondibile. «Le tue parole sono sentite e tenere. E, visto che avevano un pizzico di tristezza, mi hanno un po’ contagiato. «Mi rimproveri perché ho tardato qualche giorno nel risponderti. Vedi, il fatto è che io vorrei trasmetterti sempre allegria, anche se non sempre può essere così perché la tristezza o l’amarezza o la passione sono più forti dei miei desideri. Quando il dolore soverchia si ha forse il diritto di renderlo ancora più grande? Io non voglio che tu soffra. La tua sofferenza: ecco una cosa in cui sono davvero un grande avaro! «Non è stato necessario vederti perché, ora, io ti ami più che nei mesi scorsi: è bastata la tua grazia e l’affetto acceso delle tue lettere, brevi o lunghe. Mi scrivi ”anch’io”. Dimmi: che cosa vuol dire quell’ ”anch’io” che metti alla fine di uno dei tuoi messaggi? Ah, adesso ricordo... Davvero? Giuramelo! Più di me? Fidel».