Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1997  febbraio 21 Venerdì calendario

Fidel Castro, rinchiuso nella prigione dell’Isla de Pinos dopo il fallito assalto alla caserma della Moncada del 26 luglio 1953, scrive alla donna di cui è innamorato, Natalia Revuelta, signorina della buona borghesia cubana, lettere piene di poesia e passione, solo ora rese pubbliche dalla figlia che i due ebbero a coronamento della loro storia d’amore, la riottosa Alina (costei, alla domanda: «Vuole bene a suo padre?» ha sempre risposto seccamente: «No»)

Fidel Castro, rinchiuso nella prigione dell’Isla de Pinos dopo il fallito assalto alla caserma della Moncada del 26 luglio 1953, scrive alla donna di cui è innamorato, Natalia Revuelta, signorina della buona borghesia cubana, lettere piene di poesia e passione, solo ora rese pubbliche dalla figlia che i due ebbero a coronamento della loro storia d’amore, la riottosa Alina (costei, alla domanda: «Vuole bene a suo padre?» ha sempre risposto seccamente: «No»). Ecco una lettera tipo di Fidel alla sua amata: «Mia cara Natty, le tue lettere brevi sono belle, e le preferisco perché mi arrivano con maggiore frequenza. L’allegria che una lettera trasmette non è solo nel suo contenuto, ma, quando uno è prigioniero, è gioia anche l’arrivo stesso di una piccola busta conosciuta che si attende con affetto ed impazienza. Ci sono frasi che sono baci. E c’è un miele che non nausea mai: ecco il segreto delle cose che mi dici tu. «Da giorni vorrei chiederti una cortesia. Di tanto in tanto lascia stare la macchina: scrivimi a mano. incantevole la tua grafia delicata, femminile. Inconfondibile. «Le tue parole sono sentite e tenere. E, visto che avevano un pizzico di tristezza, mi hanno un po’ contagiato. «Mi rimproveri perché ho tardato qualche giorno nel risponderti. Vedi, il fatto è che io vorrei trasmetterti sempre allegria, anche se non sempre può essere così perché la tristezza o l’amarezza o la passione sono più forti dei miei desideri. Quando il dolore soverchia si ha forse il diritto di renderlo ancora più grande? Io non voglio che tu soffra. La tua sofferenza: ecco una cosa in cui sono davvero un grande avaro! «Non è stato necessario vederti perché, ora, io ti ami più che nei mesi scorsi: è bastata la tua grazia e l’affetto acceso delle tue lettere, brevi o lunghe. Mi scrivi ”anch’io”. Dimmi: che cosa vuol dire quell’ ”anch’io” che metti alla fine di uno dei tuoi messaggi? Ah, adesso ricordo... Davvero? Giuramelo! Più di me? Fidel».