Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1997  febbraio 27 Giovedì calendario

Da qualche tempo mi telefona un tizio, da Salsomaggiore, per dirmi che sa tutto sul delitto Calabresi

Da qualche tempo mi telefona un tizio, da Salsomaggiore, per dirmi che sa tutto sul delitto Calabresi. Secondo lui, Sofri, Pietrostefani e Bompressi non c’entrano per niente col delitto Calabresi: «Stanno in galera ma sono innocenti». Questo «superteste» (se lo è davvero, un «superteste») ha nome cognome e indirizzo. Si chiama Antonio Di Fiore, 56 anni. Nato a Qualiano (provincia di Napoli) il 2 marzo 1940, abita da vent’anni a Salsomaggiore. Fa lo stuccatore (non tutti i giorni purtroppo). Prima di arrivare a a Salsomaggiore è vissuto vent’anni a Milano: dal ’56 al ’77. Abitava in via Borsieri, pio in via Giambellino. Al Giambellino abita tuttora sua moglie, dalla quale vive separato. A sentire questo Antonio Di Fiore (che ammette di aver avuto un’esistenza, diciamo così, avventurosa e tormentata), «il commissario Calabresi è stato ammazzato con una mia pistola, che avevo comprato per compiere una rapina in una banca di Lecce...» La rapina non andò in porto, «per ragioni varie». Com’è che la pistola è finita in mano agli uccisori di Calabresi? Questo particolare, a me, il Di Fiore non l’ha spiegato. Non vuole spiegarmelo. Lo spiegherà solo a un magistrato. Dice di essere a conoscenza di molti particolari di quel fatto perché il delitto Calabresi (ecco il punto) «era stato commissionato proprio a me, alcuni mesi prima del 17 maggio 1972».