Carlo Fruttero - Franco Lucentini, La Stampa, 16/03/1997, 16 marzo 1997
«Sarà così», concede il nostro ospite, «ma allora non vedo cosa ci sia di scandoloso nel farli combattere a Reggio Emilia o a Messina
«Sarà così», concede il nostro ospite, «ma allora non vedo cosa ci sia di scandoloso nel farli combattere a Reggio Emilia o a Messina. Sono bravi, fanno spettacolo, tutti li vogliono vedere dal vivo, è come una compagnia di balletti che va in turnè dove dice l’impresario, dove gli ingaggi sono più alti, no?». Infatti, il Bolscioi andava a fardsi vedere in giro , obbiettiamo, ma la sua base restava pur sempre a Mosca, al Bolscioi. «Già, ma appunto avevano il Bolscioi. Se fosse stato un teatro inospitalissimo, costosissimo, con una pessima acustica, pessima visibilità, si sarebbero trasferiti a Kiev, che ne so, a Odessa». Stalin glielo avrebbe proibito. «E ha detto niente, era una dittatura di ferro. Qui c’è il libero mercato e anzi, quest’idea della Juventus di lasciare Torino potrebbe essere l’inizio di una vera globalizzazione del calcio, l’Ajax che gioca le sue partite a Lisbona, il Boca che sceglie Parigi, il Werder Brema che opta per Tirana, e così via. Un primo passo, nella più paradossale tradizione innovativa torinese. Uno schiaffo al greve conformismo burocratico, ai lacci e lacciuoli di queste amministrazioni pubbliche pasticcione e rapaci. Un gesto degno di Luigi Einaudi».