Giorgio Manganelli, Corriere della Sera, 27/03/1984, 27 marzo 1984
Certo la tentazione è grande. Quale tentazione? Naturalmente, quella di recensire la Divina Commedia
Certo la tentazione è grande. Quale tentazione? Naturalmente, quella di recensire la Divina Commedia. Lo so: una frase così fatta non può non generare una fastidita ilarità. Prima di proseguire, cioè di fare libero corso alla tentazione, mi piacerebbe esaminare da vicino questa ilarità, guardare negli occhi i lettori che mi stanno, e fondatamente, dando del buffone. Ricordo un disegno di Feiffer, qualche anno fa, metteva in scena un signore correttamente vestito, che si produceva in una recensione orale della Bibbia. Una sapiente miscela di lodi, riserve, obiezioni: per un giudizio definitivo si aspetava l’autore alla prossima prova. Si capisce che non è ragionevole recensire la Bibbia, e nemmeno la Divina Commedia. Perchè? Recensire implica un lavoro in qualche modo angusto, svelto, una presentazione per sommi capi...con qualche citazione e una impressione di massima conseguita alla fine di una lettura qualche volta attenta, qualche volta impaziente, in ogni caso una lettura rapida, perchè in genere, è bene che un libro venga recensito quando ancora odora d’inchiostro. Nel compito del recensore si incontrano due esigenze impossibili: deve capire, e capire alla svelta. Inevitabilmente, si pensa che il recensore debba scegliere ciò che è facile capire, qualcosa che non si rifiuta ad una rapida e indulgente lettura. Per il recensore intossicato, il libro breve e stampato largo ha un fascino torbido e morboso.