Giorgio Manganelli, Corriere della Sera, 27/03/1984, 27 marzo 1984
Il supplizio. C’è un eccezione, apparentemente. Il recensore, prima di dissipare una promettente giovinezza nella sua oscura professione, è stato certamente un lettore libero e giocondo
Il supplizio. C’è un eccezione, apparentemente. Il recensore, prima di dissipare una promettente giovinezza nella sua oscura professione, è stato certamente un lettore libero e giocondo. Ha letto lunghi e difficili classici. Li ha meditati e riletti. I romanzi russi di milleduecento pagine erano il suo pane: romanzi tedeschi di seicento pagine colmi di pigri drammi interiori gli davano un bel colorito roseo. A quel tempo, il recensore era un uomo libero e fervido. Aveva l’impressione di avere delle idee. E se ora gli torna fra le mani uno di quei grandi libri, i libri con cui i professori mettono assieme le nostre storie letterarie, si offre per recensirlo. Ma ora il supplizio cambia: forse il recensore ha qualcosa da dire; ricorda i suoi fremiti non banali e leggendo rintraccia schegge di quelle che tuttora gli sembrano idee. L’occhio gli brilla, si sente un uomo nuovo; ma nel momento di accingersi al suo compito congeniale egli si rammenta che gli spettano centocinquanta righe. Se in quel giorno non ci saranno morti illustri, ingegnosi attentati e minuscole quanto capricciose guerre locali, potrà spingersi fino a centosessanta. In centosessanta righe si possono fare e dire molte cose: sfidare a duello, dichiarare una profonda e legalitaria passione, insultare qualcuno a sangue e proclamare lo stato di guerra. Ma non si possono enunciare molte complicate idde. Bisogna avere idee piccole, tascabili, biodegradabili. Niente grandi sintesi. Niente illuminazioni: Recensire.