Giorgio Manganelli, Corriere della Sera, 27/03/1984, 27 marzo 1984
Forse dovrei ricordarmi che ho cominciato avventatamente proponendomi di recensire la Divina Commedia
Forse dovrei ricordarmi che ho cominciato avventatamente proponendomi di recensire la Divina Commedia. Che cosa avrò mai in mente? Naturalmente una idea tascabile: il resoconto frettoloso e irresponsabile di una mia recente esperienza in proposito. Negli ultimi due mesi mi è capitato di fare qualcosa che da tempo avevo in animo, che certo molti hanno fatto. Ho letto la Divina Commedia. So che mi state dando dello sciocco. Niente da eccepire. Ma per la prima, irrepetibile volta mi sono provato a leggere tutta la Divina Commedia dal primo verso dell"Inferno" all’ultimo del "Paradiso", senza soluzione di continuità. Non l’avevo mai fatto. Come tutti gli scolari delle scuole italiane, avevo imparato da Dante leggendo e studiando una cantica alla volta. Dunque avevo in testa tre libri, che potevo certamente giustapporre, ma non potevo pensare come un libro solo. La lettura continuata della Divina Commedia, senza soluzioni, badando anzi di far cadere nello stesso giorno dell’ultimo canto di una cantica e il primo della successiva, mi ha dato una sensazione inedita: possono paragonarla soltanto all’ascolto integrale di una lunga sinfonia, alla Mahler, o di una sterminata sonata. I tempi di una sinfonia sono insieme autonomi e collegati. Se vi va il lavoro metodico, potete ascoltare sui vostri dischi un tempo alla volta, ma se volete sapere che cosa è la sinfonia, vi tocca trovare due ore libere, e ascoltare tutto: l’allegro, l’adagio, il largo, la fuga.