Giorgio Manganelli, Corriere della Sera, 27/03/1984, 27 marzo 1984
A confronto del primo tempo, il secondo, il "Purgatorio", ha semplificato l’orchestra e raffinato gli effetti: li ha stremati e assottigliati
A confronto del primo tempo, il secondo, il "Purgatorio", ha semplificato l’orchestra e raffinato gli effetti: li ha stremati e assottigliati. Passando al "Paradiso", il processo è portato più avanti. Ora siamo ad un perfetto Fugato, e la macchina strumentale è d’una nudità vertiginosa; al più, un quartetto. Pochissimi strumenti per disegnare una serie di inafferrabili modelli astratti. Qui si c’è Beethoven: la Grande Fuga può bastare; o quel Bach dell’Arte della Fuga che disegnò una musica senza strumenti. V’è dell’altro: Dante ha potuto scrivere i due tempi in modi fondamentalmente tonali, ma ora è allo stremo, e continuamente cerca suoni improbabili e impossibili, il lessico gli si frantuma e "immilla", infine si misura con angosciosi stridori intonati, di una solitudine intollerabile. E come lavora tra le parole e sillabe la vitrea trasparenza del silenzio. Dal primo verso dell’ "Inferno" all’ultimo del "Paradiso" ascoltiamo un processo ininterrotto: si semplificano gli strumenti, si complicano infinitamente i disegni. Alla fine, nel Fugato paradisiaco, la vertigine geometrica ci abbacina; trema la soglia sonora, ormai fragile. E ci insidia l’Allegro non dimenticato dell’ "Inferno". Così congeniale: come sospettavamo.