Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1997  marzo 06 Giovedì calendario

BUZZATI

Dino. «Buzzati era un autore ”tradotto” in italiano da qualche lingua nordica, ma non lo sapeva perché Buzzati, di Buzzati, non ha mai capito nulla. Secondo Piovene, che con lui e me divideva la stanza di redazione al ”Corriere”, Buzzati era un bambino mentalmente un po’ ritardato, nella cui gola era annidato un meraviglioso uccellino, capace di divini gorgheggi che Buzzati trascriveva senza comprenderne il senso. In questa caricaturale raffigurazione c’era del vero: come quella di tutti i veri poeti, la poesia di Buzzati era una inconscia magia. Buzzati era un uomo delicato, straordinariamente elegante nei modi e anche negli abiti, che aborriva il mondo ”bene” cui per nascita ed educazione apparteneva, e a cui preferiva le fogne di quello più losco, dove seguitava a comportarsi da persona ”bene”, anzi ”benissimo”. Ho un ricordo meraviglioso di quella nostra simbiosi. Buzzati scriveva tutto a penna con una calligrafia infantile e chiarissima corredando il suo compitino con piccoli disegni altrettanto infantili. Ogni tanto si fermava per rivolgere a Piovene e a me domande di questo genere: ”Ma voi cosa ammirate di più in me: l’uomo, il poeta o il cittadino?”. Questo mandava fuori dei gangheri Piovene, che ogni tanto gli urlava: ”Ma tu sai perché noi resistiamo alla tentazione di spaccarti la testa? Perché temiamo di non trovarci dentro nulla”. Un giorno venne a trovarmi Adolfo Franci, un critico letterario finissimo e altrettanto sfaticato che, vedendomi in quella compagnia, mi fece cenno con la mano di seguirlo fuori. ”Ma tu - mi disse - stai con quei due in fondo a un corridoio buio e in una stanza dalla doppia porta che, se chiami aiuto, non ti sente nessuno?”. ”E perché dovrei chiamare aiuto?” chiesi. ”Perché quei due - rispose Franci - sono due criminali che, se gli salta in testa di ammazzarti, lo fanno, sia pure per scopi diversi: l’uno per vedere che smorfia fai nel tirare le cuoia, l’altro per assistere alla tua trasfigurazione in un angelo che sale dolcemente in cielo”» (Indro Montanelli).