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 1997  marzo 19 Mercoledì calendario

RICCIARDETTO

«Augusto Guerriero non era un giornalista, anche se poi nel giornalismo emerse fino a toccarne una delle due o tre più alte vette. A lanciarvelo fu il solito Longanesi che aveva notato delle noterelle caricaturali di costume firmate con uno pseudonimo sul settimanale umoristico ”Marc’Aurelio”. Volle conoscerlo, ma l’impresa non fu facile, perché il nome vero era top secret, e ne capimmo il perché quando alla fine lo scovammo. Si trattava di un Consigliere della Corte dei Conti, cioè di un Magistrato, che lo era nel senso più rigoroso della parola, anche esteriormente: alto, solenne, profilo borbonico col lungo naso e la bazza sfuggente (che gli valse subito tra noi il soprannome di ”via col mento”), rimase dapprima sconcertato dall’accoglienza che gli riservò Longanesi, il quale gli disse: ”Ma lei perché scrive quelle noterelle di costume? Lei può affrontare temi più importanti: per esempio, che so, la politica estera”. ”La politica estera?!? - rispose lui. Non ne so niente”. ”E che signifca? - disse Longanesi -, l’impara. Legga la stampa inglese e americana, soprattutto Lippman”. Fu così che Guerriero diventò Ricciardetto, il Lippman italiano. Non solo. Ma fu anche il più brillante animatore delle nostre tertulias di redazione e di caffé. Pur fingendosi ogni tanto scandalizzato dalla nostra spregiudicatezza e corrività di linguaggio (lui, di Avellino, parlava quel napoletano ”illustre” che, quando è illustre, lo è davvero). In realtà la nostra compagnia lo divertiva, lo divertiva il nostro disordine, e tanto era avido delle nostre avventure, anche private (le storie di corna, di amanti, di debiti eccetera lo mandavano in visibilio), quanto riservato era sulla vita sua. Scapolo, anche di lui si diceva che avesse un’amante, ma nessuno la vide, e soltanto dopo che si ammalò, io e Gervaso, i due suoi più intimi, avemmo accesso a casa sua. Aveva ogni tanto le sue rigidezze di magistrato: una volta mi tolse il saluto perché gli avevo confessato che in un ritrattino di Sforza avevo riferito un episodio da me soltanto supposto. Mi perdonò solo quando l’ambasciatore d’Austria, Schwarzenberg, gli disse ch’era vero. Invecchiando, fu tormentato dal problema della fede, che cercava per una via secondo me sbagliata: la ragione. Glielo dissi. Mi rispose: ” l’unica strada che conosco”» (Indro Montanelli).