Massimo Fini, Il Tempo, 29/03/1997, 29 marzo 1997
Gli si incrina la voce di malinconia quando ricorda le Pampas, i grandi spazi, la Patagonia. Priebke ridiventa completamente tedesco solo se si parla delle Ardeatine
Gli si incrina la voce di malinconia quando ricorda le Pampas, i grandi spazi, la Patagonia. Priebke ridiventa completamente tedesco solo se si parla delle Ardeatine. Effettivamente fa una certa impressione come nella sue parole quell’immane tragedia diventi una partita burocratica, un inestricabile gioco a scaricabarile di comandi e di ordini privo di qualsiasi pathos. Non so se rimuove o se proprio non si rende conto. Per il resto un vecchio normalissimo, banale. Si lamenta, con toni pacati, della sua attuale sistemazione: «Speravo di più dai miei arresti domiciliari. Il direttore del Convento, frate Andrea, aveva scelto per me una stanza bella e grande da cui si poteva ammirare tutta Roma. Invece mi hanno messo in questa celletta che dà all’interno e ha le inferriate alle finestre. Motivi di sicurezza. Posso passeggiare, certo, ma loro mi seguono sempre, sono la mia ombra (e indica i carabinieri fuori dalla porta ndr). E l’altra sera sono entrati in stanza a mezzanotte». Ma aggiunge subito, per non inimicarsi i guardiani: «Ma non erano loro, eh. Era gente venuta da fuori».