Massimo Fini, Il Tempo, 29/03/1997, 29 marzo 1997
Signor Priebke, che idea si è fatta, dopo un anno e mezzo, della giustizia italiana? «Guardi. io sono venuto qui con la massima fiducia nella giustizia italiana
Signor Priebke, che idea si è fatta, dopo un anno e mezzo, della giustizia italiana? «Guardi. io sono venuto qui con la massima fiducia nella giustizia italiana. Benché il mio avvocato argentino, Bianchi, ne avesse molta meno. Beh, si sa, gli avvocati sono una razza a parte. Comunque Bianchi negava la legittimità dell’estradizione dall’Argentina e diceva che io ero già stato processato e assolto nel ’48. Bianchi che ha fatto fallire il piano della parte civile: loro volevano il processo proprio a cinquant’anni precisi dalla fine della guerra. Io sono venuto con fiducia. Ma ora sono deluso. Quistelli non mi aveva assolto, mi aveva considerato colpevole, e questo era già difficile da mandar giù, ma quando sei dentro non ci stai tanto a pensare se ti danno la libertà. E tre giudici di un tribunale italiano avevano dichiarato che ero libero. Ma arriva il ministro e mi fa di nuovo arrestare. Era una cosa... come si dice... surreale. stata dura, intollerabile. La mia libertà era che adesso mi ritrovavo in una piccola cella di Regina Coeli rispetto alla quale Forte Boccea era un albergo a cinque stelle. Anche perché il Tribunale civile aveva posto delle regole molto dure: isolamento totale e quando mi portavano fuori gli altri non mi dovevano vedere, dovevano mirar da un’altra parte. Digamos che probabilmente era per la mia sicurezza. Eppoi c’era l’embargo sulla corrispondenza. Io scrivo in tedesco perché in Germania conservo ancora dei conoscenti, in spagnolo per gli amici dell’Argentina, in inglese perché è la patria di mio figlio. Ma mancava il traduttore. la burocrazia italiana. Ma non mi lamento, anche perché sia a Forte Boccea che a Regina Coeli il trattamento, dal punto di vista umano, è stato excellente, davvero excellete» (Erich Priebke a Massimo Fini)