Aldo Busi, La Stampa, 22/03/1997, 22 marzo 1997
Potrei svenire, ma rimando l’occasione. Intanto i tre uomini sono andati avanti e indietro, hanno cercato e trovato attacchi elettrici ovunque, hanno posto fari e faretti, non so se ci sono anche ombrellini bianchi, lastre di carta argentata per evitare le sparate della luce, cominciamo l’intervista
Potrei svenire, ma rimando l’occasione. Intanto i tre uomini sono andati avanti e indietro, hanno cercato e trovato attacchi elettrici ovunque, hanno posto fari e faretti, non so se ci sono anche ombrellini bianchi, lastre di carta argentata per evitare le sparate della luce, cominciamo l’intervista. Insisto perché si attengano a un certo rispetto della casa e di me, «Ma che ve ne fate della mia falegnameria?», «Noi col suo assistente abbiamo concordato tutto in anticipo», e io protesto, «Ma non è possibile che Lomuoio vi abbia promesso una cosa così, tutta la mia casa, non l’ho mai lasciata riprendere prima, è l’ultimo rifugio non pubblico che mi resta...», ma mi interrompe la bionda occhialuta, «Non sia così fiscale, noi veniamo apposta da Roma, capisce, non vogliamo un’intervista fissa su un divano, sia comprensivo», «Ma, scusate, per sei minuti di messa in onda quanti giramenti di telecamere dovete fare?», «Sa, vogliamo delle immagini curate, sofisticate, inedite...», e la collega le da man forte, «Allora, noi saliamo a fare un sopralluogo», io stento a credere che esista tanta scaltra spudoratezza sicché, cominciando a sentirmi in colpa perché forse sto ostacolando il duro lavoro di queste povere martiri da Roma, le accompagno di sopra. «Saremo fedeli, noi vogliamo fare un’intervista intelligente», «Guardi», protesto, «lei faccia l’intervista che tanto l’intelligenza tocca sempre a me mettercela», «Aggressivo, eh? E’ l’espressione che ci vuole». Le due furbette e piedonne - nessun riferimento ancora alla mia opera, a quello che faccio nella vita e che giustifica anche questa intervista, infine - guardano ogni mobile, ogni soprammobile, per gentilezza glieli commento e gli dico pure quanto li ho pagati e dove li ho comprati, la giraffa ci segue, la vedo pencolare pericolosamente verso una coppia di statuine in cima a una libreria, «Attenti!» grido e per un pelo la lunga cosa nera traforata che capta le voci non le butta giù. «Dov’è il bagno?», chiede la bruna, glielo indico, scompare, toh, non ha nemmeno chiuso la porta che disinvolta, nessun fruscio di indumenti, nessuno scroscio, riappare intonsa, «Possiamo usare l’altro?», «Ma usi quello che le pare, la carta igienica c’è dappertutto», «Ma no, è per la ripresa ideale», «Ah». Le porto in un bagno con la ballerina di gesso nero, in un altro ancora con la monaca di legno che allarga le braccia in direzione del W.C., non sono convinte, forse preferirebbero una turca, fa più selvaggio.