Aldo Busi, La Stampa, 22/03/1997, 22 marzo 1997
Poi, sdraiato sul letto («Com’è attraente, così lascivo nella posa!») mi chiedono cose tipo, «E i suoi amanti?», «In questa camera da letto non è mai entrato nessuno», comincio col rispondere, «Detesto fare sesso a letto, il letto è il catafalco erotico dei poveri etero sessuali, è così triste, loro lo fanno quasi sempre perché si trovano lì per forza, e quindi scopano per disperazione, per pigrizia, per insonnia, per dovere, per svista
Poi, sdraiato sul letto («Com’è attraente, così lascivo nella posa!») mi chiedono cose tipo, «E i suoi amanti?», «In questa camera da letto non è mai entrato nessuno», comincio col rispondere, «Detesto fare sesso a letto, il letto è il catafalco erotico dei poveri etero sessuali, è così triste, loro lo fanno quasi sempre perché si trovano lì per forza, e quindi scopano per disperazione, per pigrizia, per insonnia, per dovere, per svista. Preferisco fare l’amore come i cani, per strada.». «E non ha paura della solitudine?» - ancora una domanda così e le butto giù dalla finestra premendole fra le inferriate -, mi lascio fare, sopraffatto dalla fatica e dalla vanità di dover resistere a una pervicace sordità mentale, a uno sciocco vampirismo che non è loro, è italiano, è di tutti, è COSI’, «La solitudine è una condizione spesso negativa e non so cosa sia, la mia è solitarietà, una scelta perseguita con disciplina per decenni. Solo quando non ho più rompipalle fra i piedi e sono finalmente solo con me stesso io... ecco. Quando io sono con me stesso e basta, senza più presenza umana in giro, be’, lì magari il sospetto che Dio esista a volte mi sfiora...». Mi vengono fatte delle domande alla Marzullo, do delle risposte alla Tupamaros spruzzate di Colette e Hazlitt interrotte qui e là perché bisogna cambiare angolazione luce vasettino lampada fiorellino gradino, il bidet fantasmatico che si sono fatte di me.