Stenio Solinas, Il Giornale, 20/03/1997, 20 marzo 1997
Erano un po’ dei profughi del destino, quei figli del Vecchio Continente che al Cairo finivano per fare base fra una spedizione e una ricerca di finanziamenti, una conferenza e la pubblicazione di un libro, un amore andato a male e uno scoperto in banca
Erano un po’ dei profughi del destino, quei figli del Vecchio Continente che al Cairo finivano per fare base fra una spedizione e una ricerca di finanziamenti, una conferenza e la pubblicazione di un libro, un amore andato a male e uno scoperto in banca. Quasi sempre membri della buona borghesia o della nobiltà, erano i continuatori dei grandi esploratori che fra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo avevano percorso in lungo e in largo, a piedi, a cavallo, a dorso di cammello, un continente rimasto estraneo alla modernità. Molto spesso non ne erano usciti vivi. Avevano la stessa incoscienza e le medesime motivazioni: quel misto di curiosità scientifica, inadeguatezza alla normalità, voglia del diverso, gusto della solitudine. Ciò che li differenziava era che, figli del loro tempo, avevano a disposizione la tecnica. L’aereo e l’automobile erano i nuovi mezzi di locomozione che il progresso prestava loro; e non se li lasciarono sfuggire. Fino a che lo scoppio della Seconda guerra mondiale non li costrinse a scelte in linea con il loro Paese d’origine, formarono l’unico vero internazionalismo che valesse, e valga, la pena di seguire: quello dello spirito, dell’affinità elettiva nel nome di un ideale e non di una classe, di una visione del mondo e non di una ideologia.