Stenio Solinas, Il Giornale, 20/03/1997, 20 marzo 1997
Ungherese, nato nel castello di Bernstein nel 1895, Lazlo de Almàsy è, se così si può dire, un figlio d’arte
Ungherese, nato nel castello di Bernstein nel 1895, Lazlo de Almàsy è, se così si può dire, un figlio d’arte. Agli inizi del secolo il padre, George Almàsy, ha guidato numerose spedizioni archeologiche in Medio Oriente. Ragazzino, s’appassiona di elettrica e di meccanica, adolescente, s’innamora del volo; costruito un aliante, si lancia dalle mura di casa. Tre costole fratturate sono il prezzo che paga: è il suo primo incidente aereo. I suoi studi li compie oltre la Manica, frequenta i collegi dell’upper class, ha un orecchio sensibile alle lingue. Francese, tedesco, italiano, inglese, arabo non avranno per lui segreti. Quando scoppia la Grande guerra, parte volontario. Tornerà dal fronte con tante decorazioni in più e una patria in meno: l’Impero austro-ungarico si è disintegrato nel conflitto, l’Ungheria è diventata una Repubblica, e alla sua guida c’è un comunista di nome Bela Kun. Dura 130 giorni il suo governo, poi l’ammiraglio Horty lo spazza via. Almàsy, che è di sangue blu, ma non è un vero conte, guarda e approva. Ma l’Ungheria, privata dal trattato di Versailles di due terzi del territorio, e piegata dalle condizioni di pace, gli sta stretta. L’Africa lo chiama.