Giovanni Mariotti, Corriere della Sera, 20/03/1997, 20 marzo 1997
Finito il racconto, l’anima dell’eroe aveva gridato, a Omero che si allontanava:«Palamede pretende giustizia da me per la sua morte e io so di aver agito ingiustamente edi certo dovrò scontare una colpa: infatti coloro che qui amministrano la giustizia sono severi, o Omero, e il supplizio è vicino
Finito il racconto, l’anima dell’eroe aveva gridato, a Omero che si allontanava:«Palamede pretende giustizia da me per la sua morte e io so di aver agito ingiustamente edi certo dovrò scontare una colpa: infatti coloro che qui amministrano la giustizia sono severi, o Omero, e il supplizio è vicino. Ma se gli uomini, sulla terra, crederanno che io non abbia commesso quei crimini contro Palamede, la pena qui mi sarà meno dura. Taci di Palamede a Troia, non farne un guerriero, non dire che fu sapiente; altri poeti diranno queste cose, ma non sembreranno credibilil, se tu le avrai tralasciate». Questa sarebbe stata l’ultima astuzia di Odisseo: costringere Omero a essere l’araldo della sua fama. E’ uno scrittore del III secolo dopo Cristo, Filostrato, a raccontare l’episodio in un dialogo, Eroico, che non veniva più tradotto in italiano dal 1830, e che ora è apparso, a cura di Valeria Rossi, presso l’editore Marsilio; ma l’accusa a Omero di essere stato infedele alla verità, pur di presentare in una luce favorevole Odisseo, doveva essere antica quanto l’Iliade.