Lorenzo Soria, La Stampa, 03/05/1997, 3 maggio 1997
Oppostosi invano alla decisione del suo direttore, William Blythe, responsabile delle pagine letterarie di ”Esquire”, ha presentato le sue dimissioni
Oppostosi invano alla decisione del suo direttore, William Blythe, responsabile delle pagine letterarie di ”Esquire”, ha presentato le sue dimissioni. Sperava, con quel gesto, di creare un dibattito, che altri colleghi dentro e fuori dal suo giornale avrebbero alzato la loro voce per protesta contro la violazione di quel muro invisibile ma sacro che ha tradizionalmente diviso redazioni e direzioni dei giornali da un lato e pubblicità dall’altro. Ma a parte alcune pubblicazioni gay, irritate perché se i protagonisti del racconto fossero stati etero, ”Esquire” probabilmente avrebbe finito per pubblicarlo, nessun giornale e nessuna associazione di giornalisti ha ritenuto di dover perlomeno riflettere su quell’episodio. Sinché, nell’edizione del 30 aprile, il ”Wall Street Journal” ha dedicato una lunga inchiesta alla questione dell’influenza e delle pressioni esercitate dagli inserzionisti sui contenuti dei giornali americani. E ha scoperto che, nel caso di Leavitt, la Chrysler non ha dovuto nemmeno intervenire. Al gigante di Detroit è bastata una lettera inviata più di un anno fa a ”Esquire” e ad altri cento giornali che il quotidiano dell’establishment finanziario non esita a definire «straordinaria». «Onde evitare potenziali conflitti», si legge nella lettera firmata dalla PentaCom, un’agenzia di pubblicità che fa parte del gruppo Bbdo e che rappresenta appunto la Chrysler , «richiediamo che la Chrysler Corporation sia avvertita in anticipo di ogni contenuto editoriale che affronti questioni sessuali, politiche e sociali e di ogni editoriale che può venir interpretato come provocatorio o offensivo».