Lorenzo Soria, La Stampa, 03/05/1997, 3 maggio 1997
Piaccia o non piaccia, sono dunque costretti a seguire le nuove regole del gioco anche giornali di grande tradizione giornalistica e letteraria come ”Esquire”, o come il ”New Yorker”, che un anno fa ha osato mettere una pagina a pagamento della Ford di fronte ha un articolo che conteneva la parola ”fuck”
Piaccia o non piaccia, sono dunque costretti a seguire le nuove regole del gioco anche giornali di grande tradizione giornalistica e letteraria come ”Esquire”, o come il ”New Yorker”, che un anno fa ha osato mettere una pagina a pagamento della Ford di fronte ha un articolo che conteneva la parola ”fuck”. Per punizione, la Ford ha annullato la pubblicità per sei mesi, un atto che un tempo avrebbe generato un’insurrezione. Ma, invece che una dichiarazione di guerra , il ”New Yorker” ha diramato ad uso interno una ”Very sensitive list”, un elenco di 50 inserzionisti che vanno regolarmente avvertiti prima della pubblicazione di articoli ”provocatori” e ”offensivi”. «Se una società mette in chiaro che potrebbe sentirsi imbarazzata da qualcosa, penso che è normale avvertirla in anticipo», spiega Tina Brown, la direttrice del ”New Yorker”. «L’importante è non cambiare». Aggiunge, con orgoglio, che lei non ha mai cambiato una parola per soddisfare i diktat della pubblicità. Ma a che cosa serve preservare l’integrità delle parole se finiscono comunque nei cestini? E se un certo tipo di articoli, per paura di ”offendere” Chrysler e compagnia, non viene più nemmeno commissionato?