Guido Tabellini, Il Sole 24 ore, 15/05/1997, 15 maggio 1997
Un ingresso ritardato dell’Italia sarebbe più facile da gestire per gli altri: offriremmo maggiori garanzie di sostenibilità; e la conversione della lira in Euro potrebbe avvenire contestualmente alla decisione di ammissione dell’Italia, perché in questo caso il Trattato di Maastricht non prevede alcun periodo di transizione
Un ingresso ritardato dell’Italia sarebbe più facile da gestire per gli altri: offriremmo maggiori garanzie di sostenibilità; e la conversione della lira in Euro potrebbe avvenire contestualmente alla decisione di ammissione dell’Italia, perché in questo caso il Trattato di Maastricht non prevede alcun periodo di transizione. Se questa è la realtà, la posizione del Governo è difficile da comprendere. Perché promettere ai cittadini italiani l’ingresso nella moneta unica fin dal 1999 e al tempo stesso minacciare gli altri paesi di chissà quali rappresaglie politiche se l’Italia dovesse restare esclusa, come nella recente intervista del primo ministro al quotidiano francese ”La Tribune”? La ragione per risanare subito il bilancio non è che altrimenti saremmo esclusi dalla prima fase dell’Euro. La vera ragione è che la nostra esclusione, comunque possibile e forse probabile, potrebbe avere conseguenze disastrose se ci trovasse con i conti pubblici ancora in disordine. La lira subirebbe un attacco speculativo. Ma questa volta gli altri Paesi non ci lascerebbero entrare con un cambio deprezzato. Al contrario di quanto è accaduto con lo Sme, ogni lira di svalutazione andrebbe poi faticosamente recuperata pena un’esclusione ancora più lunga. Ma l’ingresso ritardato dell’Italia nell’Euro non è di per sé un evento traumatico, purché il risanamento dei conti pubblici sia compiuto. Un ingresso ritardato è lo scenario attualmente scontato dai mercati, che infatti hanno ignorato i messaggi di Bruxelles. Drammatizzare una nostra eventuale esclusione adombrando ritorsioni politiche contro l’Unione europea non la rende meno probabile. Anzi, potrebbe essere controproducente perché aggrava l’incertezza politica e danneggia l’affidabilità del nostro Paese. L’unica cosa veramente importante è consolidare e completare il risanamento fiscale.