Carlo Pelanda, Ettore Gotti Tedeschi, Il Giornale, 14/05/1997, 14 maggio 1997
Non si può più rimandare l’abbattimento del debito pubblico. arrivato all’enorme cifra di quasi 2 milioni 300mila miliardi
Non si può più rimandare l’abbattimento del debito pubblico. arrivato all’enorme cifra di quasi 2 milioni 300mila miliardi. Ci costa oltre 150mila miliardi all’anno per pagarne gli interessi e questo macigno sta letteralmente affondando la nazione. Il debito è la causa principale del perché siamo fuori dall’unione monetaria. Il suo volume è circa il 124% del Pil mentre lo specifico parametro di Maastricht impone di non superare il 60%. Il costo degli interessi, soprattutto, rende difficilissimo contenere il disavanzo annuale del bilancio dello Stato entro l’eurolimite del 3% in rapporto al Pil. E qualora ci si riuscisse per un breve periodo, il peso non ridotto del debito sarebbe sempre visto dal mercato e dai partner europei come una ”spada di Damocle”, anzi uno ”spadone” sulla credibilità futura dei conti pubblici italiani. Inoltre la scelta di contenere il deficit di bilancio senza ridurre sostanzialmente il debito cumulato, quindi i suoi costi, è un vero e proprio suicido economico della nazione. Ci espelle, infatti, dal mercato globale - cosa molto più importante dell’euromoneta - perché il vincolo debitorio impedisce la riforma competitiva del Paese non permettendo né di ridurre le tasse per fare crescita economica e occupazione né di usarle per investimenti modernizzanti. Va capito che non è più possibile governare l’Italia - né da sinistra né da destra - se non si dà priorità alla soluzione, una volta per tutte, del problema del debito. Qui proviamo a delinearne una.