Marcello De Cecco, La Repubblica, 19/05/1997, 19 maggio 1997
Per secoli i due poteri si divisero i compiti: i sacerdoti insegnarono al popolo il rispetto formale del potere statale, ma non la sua legittimazione, e furono padroni assoluti delle coscienze, dato che degli umili di terraferma, dei contadini odiati dal popolino veneziano, furono i soli ad occuparsi, facendo buon uso delle ricchezze della manomorta ecclesiastica
Per secoli i due poteri si divisero i compiti: i sacerdoti insegnarono al popolo il rispetto formale del potere statale, ma non la sua legittimazione, e furono padroni assoluti delle coscienze, dato che degli umili di terraferma, dei contadini odiati dal popolino veneziano, furono i soli ad occuparsi, facendo buon uso delle ricchezze della manomorta ecclesiastica. Fu dunque naturale che, con l’avvento della democrazia parlamentare, la Chiesa veneta organizzasse totalitariamente il consenso politico. I contadini e la piccola borghesia di Terraferma vessati per secoli dalla Repubblica, e difesi dal fiscalismo di San Marco solo dai preti, accettarono la loro guida anche nella organizzazione della rappresentanza politica. Per quasi cent’anni, gli uomini politici veneti espressero nel parlamento italiano un blocco ferreo di voti, col quale ogni maggioranza dové fare i conti. Nell’intervallo fascista, restando immutato il controllo di base del clero sul popolo, la rappresentanza delle istanze venete fu assunta da alcuni cavalieri d’industria, raccolti attorno a Giuseppe Volpi di Misurata e alle società elettriche e chimiche, che portarono l’industria pesante, e innumerevoli guai ambientali, sulla laguna.