Claudio Lazzaro, Sette, 08/05/1997, 8 maggio 1997
I massacri che oggi Antoine vede in televisione, nei reportage da Zaire e Ruanda, non lo impressionano
I massacri che oggi Antoine vede in televisione, nei reportage da Zaire e Ruanda, non lo impressionano. «La pulizia etnica non è una novità. Ricordo che nel ’62 gli hutu presero migliaia di tutsi e li portarono in cima a una collina che dava su una gola stretta e ripida. Gli tagliarono le mani e li gettarono nel dirupo. Senza mani, quelli non potevano risalire. Così sono morti, ma i loro figli, oggi, si stanno vendicando con gli stessi metodi. La collina delle mani - così la chiamano - non è stata dimenticata». Neanche Antoine dimentica. I suoi ricordi sono tenuti vivi dall’odio per Mobutu, al cui servizio è stato per quattro anni: «Ha affamato il suo Paese. Aveva la percentuale sulle estrazioni dell’Union Miniére, gestita dagli occidentali. Ogni mese ci faceva caricare un aereo con oro e diamanti, che partivano per l’Europa. Qualcuno di questi aerei è caduto nella giungla. Purtroppo è difficile trovarli». Nel ’67, Mobutu si sente al sicuro e decide di fare a meno dei mercenari: «Incaricò Denard di farli partire tutti. Non ci fu problema con sudafricani e tedeschi. Ma Joseph Schramme, un belga che comandava un migliaio di katanghesi, non accettò di farsi liquidare». Anche Denard alla fine viene tradito da Mobutu. Inizia così una guerra tremenda fra le truppe mercenarie e i soldati dell’esercito regolare zairese. «E stato Mobutu a cominciare», racconta Antoine. «Sulla radio nazionale ha dato ordine di far prigionieri tutti i bianchi. I militari zairesi, che avevano sempre all’orecchio queste radioline a transistor, hanno interpretato a modo loro. Tu stavi tranquillo a parlare con un amico e, all’improvviso, i tuoi stessi soldati armavano il mitra e ti falciavano. Insomma l’esercito che noi avevamo duramente addestrato, era impazzito dalla gioia di farci la pelle».