Claudio Lazzaro, Sette, 08/05/1997, 8 maggio 1997
Bloccati nella sacca di Bukavu, i mercenari affrontano l’ultima battaglia: «Durò dalle cinque di mattina alle cinque del pomeriggio
Bloccati nella sacca di Bukavu, i mercenari affrontano l’ultima battaglia: «Durò dalle cinque di mattina alle cinque del pomeriggio. Fu terribile, perché Mobutu aveva fatto prigionieri tutti i familiari dei suoi ufficiali. Avrebbe fatto una strage di figli, mogli, genitori, se quelli si fossero arresi. Così gli ufficiali combattevano fino alla morte». Siamo nel ’68. Denard e Schramme, con le truppe di mercenari e più di un migliaio di regolari zairesi passati dalla loro parte, riescono a farsi aprire la frontiera col Ruanda, dove per sei mesi vengono tenuti in un campo di prigionia. «Mobutu allora decide di fare il buono», racconta Antoine. «Non potendo prendere i bianchi, vuole almeno rientrare in possesso dei suoi ex soldati. Chiama i giornalisti occidentali e, di fronte a loro, concede l’amnistia. I soldati zairesi decidono di tornare. Partono in colonna cantando a bassa voce: ”Sappiamo che andiamo a morire, ma siamo contenti di quello che abbiamo fatto”. Erano 1.200. Ho ancora nelle orecchie la loro nenia. Quelli che non ha ammazzato subito, Mobutu li ha fatti portare su un isolotto nel fiume Congo,che in certi punti è largo un chilometro. E li ha lasciati morire di fame». Continua a raccontare, Antoine l’Hongrois, la saga di un inferno africano, i cui capitoli a volte risultano difficili da verificare. Sicuramente vero e tangibile è l’odio per Mobutu, che ancora oggi, in Zaire (Repubblica Democratica del Congo), sta contendendo brandelli di territorio e di potere ai ribelli guidati da Laurent Kabila. Antoine si sporge in avanti, col naso aguzzo di falco: «Se tornassi in Congo, oggi, mi metterei con i ribelli. Mobutu, dopo quello che ha fatto, non ha il diritto di vivere».