Valerio Riva, Il Giornale, 27/05/1997, 27 maggio 1997
Nel 1935 io avevo cinque anni, e non avevo ancora iniziato neppure la mia carriera scolastica. Non avevo dunque nessuna buona o cattiva ragione per scrivere una lettera di sollecitazione a Mussolini
Nel 1935 io avevo cinque anni, e non avevo ancora iniziato neppure la mia carriera scolastica. Non avevo dunque nessuna buona o cattiva ragione per scrivere una lettera di sollecitazione a Mussolini. Ricordo però quell’anno perché fu l’anno più felice e insieme più infelice della vita di mio padre. A prezzo di lavoro e intelligenza era riuscito, a 38 anni, a diventare dirigente, a Torino, di una grande società multinazionale: la Bull-Hollerit, la prima che introdusse nell’industria italiana macchine per la contabilità automatica, le famose «schede perforate» (e che dopo la guerra sarebbe diventata l’americana Ibm). Quella nomina aprì per la mia famiglia un’era che si sperava di abbondanza. Durò invece pochi mesi. La Bull-Hollerit aspirava a piazzare le sue macchine nei ministeri: ma per vincere quella importante commessa era indispensabile che i dirigenti della società che con quei ministeri avrebbero avuto a che fare (tra cui mio padre) avessero in tasca la tessera del fascio. La Bull-Hollerit pose dunque a mio padre il dilemma: o iscriversi al fascio o dimettersi.