Valerio Riva, Il Giornale, 27/05/1997, 27 maggio 1997
Mio padre era evidentemente un’anima forte. Non si «salvò». Tanto anima forte che non solo non volle prendere mai la tessera del fascio, ma vietò anche a me di andare tra i balilla
Mio padre era evidentemente un’anima forte. Non si «salvò». Tanto anima forte che non solo non volle prendere mai la tessera del fascio, ma vietò anche a me di andare tra i balilla. Per tre anni, feci dunque degli studi «privati», un po’ con mia madre e poi tra le orfanelle di una scuola di suore, le uniche che su questo punto erano disposte a chiudere un occhio. Ma quando per andare in quarta alla scuola comunale dovetti fare, come allora s’usava, l’esame di Stato, mia madre di nascosto da mio padre mi iscrisse ai balilla. Mio padre forse non lo seppe mai. Le vietò comunque di comperarmi la divisa, per impedirmi di andare alle adunate del sabato. Così, ogni lunedì mattina, dagli otto ai dodici anni, tornando a scuola, prima alle elementari poi alle medie, fui costretto, unico della classe, a stare, per tutta la prima ora, dietro la lavagna. Punizione che doveva servire di esempio anche per i miei compagni. stata questa, lo confesso, tutta la mia personale, modesta esperienza di antifascismo militante.