Valerio Riva, Il Giornale, 27/05/1997, 27 maggio 1997
Non era però facile capire, per un bambino come me che amava tanto la scuola da essere ogni anno il primo della classe
Non era però facile capire, per un bambino come me che amava tanto la scuola da essere ogni anno il primo della classe. Quelle ore passate dietro la lavagna, costituivano un’umiliazione cocente quanto incomprensibile. Avevo la fastidiosa sensazione che il fascismo dovesse durare in eterno, e che la testarda ostinazione di mio padre fosse senza futuro. Ma veneravo mio padre e perciò gli obbedivo. Finché una mattina, la mattina del 26 luglio quando si seppe che il re aveva finalmente licenziato Mussolini, mio padre venne in camera mia, mi svegliò e mi disse, amorosamente, semplicemente: «Lo vedi, che avevo ragione io?». Da quella frase di mio padre ho imparato, in fatto di filosofia del diritto, più che da qualsiasi lezione universitaria, di Bobbio o di altri. Mio padre non è mai diventato né senatore, né deputato, né consigliere comunale né niente. Nessuno (tranne me) lo ha mai considerato un eroe. Dopo la guerra la mia piccola famiglia conquistò un piccolo benessere. Ma l’abbondanza che avevamo intravisto per un attimo in quel lontano 1935, quando Bobbio scrisse la sua lettera «servile», non fu mai recuperata. Fu un sogno brevissimo, e subito svanito. Quanto a mio padre, non riuscì ad avere neppure la minima, privata soddisfazione che aveva coltivato per tutti gli anni della dittatura. Quale? Ecco qua. Nel referendum del 1929 ultima consultazione elettorale dell’era fascista, quando io ancora non ero del tutto nato, mio padre fu l’unico nel suo paese che votò «no». A commemorazione del fausto avvenimento, l’amministrazione comunale fascista dell’epoca pose, davanti al municipio, una grande lapide su cui era inciso, a lettere dorate: tremila e tanti «sì», un solo «no». Quel «no» era di mio padre. Il voto era palese. E i fascisti lo cercarono per dargli una lezione. Mio padre fu costretto a fuggire, nascosto in un carro agricolo insieme con mia madre incinta. Quando finì la guerra, nel 1945, mio padre tornò al paese, in Romagna, ma non trovò più la lapide. La cercò, gli dissero che dopo il 25 luglio era stata tolta come gli altri simboli dell’odiato regime. Chiese allora al sindaco di poterla comperare per metterla, almeno, nel giardino di casa sua. Ma non fu possibile. La nuova amministrazione comunale comunista, composta quasi delle stesse persone di pochi anni prima, l’aveva distrutta, sbriciolata in minutissimi pezzi perché non ne rimanesse neanche il più flebile (e scomodo) dei ricordi.