Alessio Altichieri, Corriere della Sera, 31/05/1997, 31 maggio 1997
Così il giudice della Corte di Al-Khobar, fuori Dhahran, decide di prendere tempo. C’è infatti una persona che può scegliere, secondo la legge islamica, una soluzione più clemente: il parente maschio più prossimo alla vittima
Così il giudice della Corte di Al-Khobar, fuori Dhahran, decide di prendere tempo. C’è infatti una persona che può scegliere, secondo la legge islamica, una soluzione più clemente: il parente maschio più prossimo alla vittima. Ed ecco quindi Frank Gilford, 55 anni, il fratello di Yvonne, un uomo dal sorriso aperto e dalla barba da esploratore, che dirige un’agenzia di recapito postale in Australia. Ma pure stavolta le apparenze ingannano: il ridente Gilford dapprima rifiuta la scelta, «la più ardua della mia vita», poi s’intestardisce e pretende la pena di morte: «Per Yvonne non c’è stata pietà. Ed è difficile averne per chi l’ha uccisa». Così non prende neppure in considerazione l’alternativa del risarcimento, quello che la shari’a chiama «denaro sporco di sangue». E, d’altronde, si può tacitare Gilford coi soldi insanguinati? Forse no, perché resta il mistero del movente dell’assassinio. Dice Salah Hejailan, avvocato saudita delle infermiere, che la causa del delitto, secondo l’accusa, sarebbe da trovare in un morboso moto di gelosia fra tre donne che s’erano intrecciate in un rapporto omosessuale. Ora, non c’è bisogno di evocare esotismi orientali d’epoca vittoriana per immaginare che, forse, tre donne rinchiuse nel rigido mondo arabo avrebbero potuto cedere a un richiamo lesbico. Ma l’ipotesi, ancora una volta, inganna: non solo le due accusate negano l’omosessualità, comprensibilmente, ma pure Gilford, offeso, dall’Australia esclude che Yvonne fosse lesbica. Però, così facendo, scagiona le presunte assassine che, pure, non teme di far decapitare.