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 1997  giugno 01 Domenica calendario

Questo significa che se il Mezzogiorno era un problema, ogni anno che passa lo è sempre di più. Le cifre sono chiarissime e non ammettono molte repliche

Questo significa che se il Mezzogiorno era un problema, ogni anno che passa lo è sempre di più. Le cifre sono chiarissime e non ammettono molte repliche. Se prendiamo in esame i dati dell’aumento del Pil dal 1994 al 1996 (tre anni), notiamo subito che, contro una crescita media di appena lo 0,7 per cento nel Sud, abbiamo una crescita annuale del 2,3 per cento nel Centronord. Il che significa che nel giro di appena tre anni (mille giorni), le aree più fortunate del paese sono cresciute (nonostante la crisi e tutto il resto) di quasi il 10 per cento mentre il Sud non è riuscito a crescere nemmeno del 3 per cento. Poiché già il Sud partiva da valori di benessere molto più bassi, è evidente che ormai sta perdendo strada a vista d’occhio. Questa differenza di velocità (naturalmente a valori invertiti) vale anche per quanto riguarda l’occupazione: negli ultimi tre anni nel Sud essa è diminuita in media dell’ 1,5 per cento all’anno mentre nel Centronord è diminuita di appena lo O,1 per cento ogni dodici mesi. Il che significa che nell’arco di mille giorni il Mezzogiorno ha perso quasi il 5 per cento della sua occupazione (già scarsa) mentre il Centronord ne ha perso poco più dello 0,3 per cento: dieci volte meno. Si potrebbe continuare a citare dati di questo genere per una settimana. E il risultato non cambierebbe mai. Ma perché accade questo? Perché il Sud, invece di avvicinarsi al Nord, si allontana? La ragione esiste, ed è molto semplice. Dal 1992 è in corso un processo di risanamento della finanza pubblica del paese. E questo comporta che i consumi interni siano tenuti bassi. L’economia italiana, cioè, non può crescere attraverso un allargamento dei consumi interni (degli acquisti degli italiani), ma deve cercare di crescere attraverso le esportazioni. Deve seguire cioè una sorta di modello giapponese.