Giuseppe Caffulli, Avvenire, 09/01/1997, 9 gennaio 1997
Consumato dalla sabbia del Sahara mauritano, l’immenso ”vuoto” percorso per secoli dalle lente carovane in transito per Tombouctou o Agadèz, un tesoro inestimabile rischia di scomparire
Consumato dalla sabbia del Sahara mauritano, l’immenso ”vuoto” percorso per secoli dalle lente carovane in transito per Tombouctou o Agadèz, un tesoro inestimabile rischia di scomparire. Si tratta del patrimonio di antichi codici islamici disseminato nelle piccole (e poche) biblioteche del paese: edizioni e commentari del Corano, saggi di diritto e teologia, trattati di filosofia e morale, opere di letteratura, grammatica, medicina, geografia, astronomia e matematica. E ancora dissertazioni sugli hadith (il corpus della tradizione islamica), cronache, biografie, poemi, epistolari. Testi molto antichi, in alcuni casi vere e proprie opere d’arte, vergati a mano con un inchiostro ricavato da una mistura di carbone e resina su pergamene in pelle di gazzella, istoriate in oro e rosso cupo. Quando in Europa fiorivano Bologna, Salerno, Parigi e Salamanca, negli accampamenti arroventati dell’Hodh, nel sud della Mauritania, o del Djouf, a nord, erano già attive le Università della Sabbia, veri e propri centri di elaborazione del pensiero che facevano riferimento a un maestro itinerante. Vi si studiava il Corano, ma sotto la tenda beduina, magari davanti a una bevanda speziata e fumante, si discuteva soprattutto di Dio, dell’uomo e del senso delle cose. Il maestro arrivava con la carovana, scaricava i preziosi libri dal cammello, li sfilava dalle custodie di cuoio, e con la stessa carovana, terminata la sessione di studi, ripartiva. Altri accampamenti lo attendevano, altri musulmani desiderosi di conoscere meglio Dio e il suo Profeta.