Gianni Barbacetto, Diario, 11/12/1996, 11 dicembre 1996
Dopo oltre due decenni, i camerati di Zorzi cominciano a parlare. Era il 31 dicembre 1969, la notte di capodanno dopo la strage
Dopo oltre due decenni, i camerati di Zorzi cominciano a parlare. Era il 31 dicembre 1969, la notte di capodanno dopo la strage. A Mestre si ritrovano in tre, Zorzi, Siciliano e G. Festa in stile nazionalrivoluzionario: donne, birra, inni hitleriani suonati sul giradischi. A un certo punto, tra un canto e l’altro, Siciliano e G toccano il tema del momento: la bomba scoppiata a Milano pochi giorni prima, nella sede della Banca nazionale dell’agricoltura. «Zorzi prese il discorso molto alla larga», racconta Siciliano a Salvini nel giugno scorso. «Disse che non dovevamo pensare che per un nazionalrivoluzionario la morte di qualche persona potesse costituire una remora sulla strada della rivoluzione. Fece gli esempi di Dresda e Hiroshima in cui vi erano stati bombardamenti sulle popolazioni inermi e in questi casi neppure il nemico aveva avuto remore a fare centinaia di migliaia di vittime. G ricordò che, secondo i nostri grandi teorici, anche il sangue poteva essere motore di una rivoluzione che, partendo dall’Italia, avrebbe salvato l’Europa difendendola dal comunismo». Alla fine di questa premessa, Delfo si aprì ma fece chiaramente intendere che gli anarchici non c’entravano per nulla e che erano presi come capro espiatorio per il fatto che, per i loro precedenti come bombaroli, un’accusa nei loro confronti era credibile. In realtà gli attentati di Milano e Roma erano stati pensati e commissionati ad alto livello e materialmente eseguiti da Ordine nuovo del Triveneto».