Gianni Barbacetto, Diario, 11/12/1996, 11 dicembre 1996
«Salvini non può indagare su piazza Fontana: la sua inchiesta riguarda soltanto reati d’eversione nera, per lo più già prescritti a causa dei troppi anni passati», dice secco il procuratore aggiunto di Milano Gerardo D’Ambrosio
«Salvini non può indagare su piazza Fontana: la sua inchiesta riguarda soltanto reati d’eversione nera, per lo più già prescritti a causa dei troppi anni passati», dice secco il procuratore aggiunto di Milano Gerardo D’Ambrosio. «E poi Salvini guarda lontano per non vedere vicino»: la Cia, l’Aginter press... E intanto si dimenticano le responsabilità interne politiche e militari, gli uomini delle istituzioni (alcuni ancora in attività) che erano dietro la macchina della «guerra non ortodossa». Subito dopo la bomba entrano in azione coloro che devono gestire la strage. L’Ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno, diretto da Federico Umberto D’ Amato, era il servizio segreto civile, pro genitore del Sisde. Ebbene, quell’ufficio non solo era in stretto contatto con Guerin Serac e Delle Chiaie (entrambi ebbero contatti con D’Amato, il secondo da latitante incontra segretamente anche Francesco Cossiga), ma aveva tra i suoi informatori anche Delfo Zorzi. D’Amato, spia-gourmet con raffinata rubrica gastronomica («Gault Millau») su ”l’Espresso”, aveva già infiltrato propri uomini e ingredienti nel pentolone dei gruppi anarchici, per preparare la caccia al colpevole designato. Viene infatti subito arrestato Valpreda, di cui gli ordinovisti avevano esibito un sosia (come sarebbe stato possibile, senza un accordo preventivo?). La Squadra Politica della Questura di Milano (responsabile Antonino Allegra, commissario aggiunto Luigi Calabresi) ferma il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, che poi cade dalla finestra della questura e muore. Ministri dell’Interno in quegli anni neri furono Franco Restivo, poi Mariano Rumor, poi Paolo Emilio Taviani...