Renato Ferraro, Corriere della Sera, 26/06/1997, 26 giugno 1997
«Ancor prima di avere riammesso Hong Kong i cinesi vi hanno combinato un guaio. Con i migliori propositi
«Ancor prima di avere riammesso Hong Kong i cinesi vi hanno combinato un guaio. Con i migliori propositi. Allo scopo di sostenere il boom della Borsa e produrre euforia, hanno impresso una ”spintarella” alle azioni, incitando le loro imprese, nel territorio e dalla madrepatria, ad acquistare titoli. La manovra ha avuto così successo che queste imprese non si sono più fermate, tali sono i guadagni che lievitano di giorno in giorno, e sono state seguite dai risparmiatori locali in massa. [...] ” un esempio di come la buona volontà cinese può rovinarci - commenta il politologo Edward Chen - Hong Kong non ha bisogno di intromissioni ben intenzionate. Ha solo bisogno di proseguire la sua strada, secondo le regole del libero capitalismo. Sarà ancora peggio quando le interferenze mireranno ad aiutare questo o quel gruppo amico. I primi episodi sono già avvenuti”. [...] I balzi più forti sono stati fatti non dalle migliori blue chips del territorio, ma da azioni delle sussidiarie di enti cinesi, solo in base al loro supposto vantaggio politico, e all’attesa dei trucchi con i quali s’arricchiscono. Queste società infatti ricevono dalle case madri impianti, immobili, cespiti di royalties con un forte sconto, che depaupera lo Stato ma impingua manager e azionisti. Ciò spiega perché fra i più accaniti compratori dei titoli ci siano le medesime società quotate: guadagnano di più speculando su se stesse che investendo i capitali nella produzione. Appena affacciatasi in Borsa, la Beijing Enterprises, sponsorizzata dal governo municipale di Pechino, ha raggiunto una quotazione pari a sessanta volte i profitti previsti nel ’97, un livello da star mondiale dell’alta tecnologia. E che cosa possiede la Beijing? Una fabbrica di birra e i diritti di vendita dei biglietti su una sezione della grande muraglia» (Renato Ferraro). Le autorità cinesi avrebbero messo da parte quaranta miliardi di dollari per puntellare in caso di bisogno l’economia honconghese, perché qualunque crisi dopo la riunificazione costituirebbe una grave perdita di credibilità.