Vittorio Zucconi, La Repubblica, 15/07/1996, 15 luglio 1996
Non pensate, adesso, che Donald Cabana sia una violetta un intelettualino opportunista sconvolto alla vista dell’altra faccia della legge
Non pensate, adesso, che Donald Cabana sia una violetta un intelettualino opportunista sconvolto alla vista dell’altra faccia della legge. Don è un superstite del Vietnam, un uomo di 51 anni che combattè con la fanteria in un altro delta, quello del Mekong, aiutando a insaccare cadaveri di amici dentro le "body bags" di plastica nera. «Avevo sparato e sentito l’odore della morte e della cancrena, credevo di essere ormai pronto a tutto». Ma la domenica prima del martedì 6 agosto, giorno dell’esecuzione, andò da lui una donna. Sembrava un personaggio uscito da "Porgy and Bess", una donnona nera e grassa vestita da messa che dondolava i suoi fianchi immensi sulle scarpette azzurre coi tacchi, il cappelino di pizzo rosa cramella appuntato sulla gran testa di capelli crespi. «Mister Warden, signor direttore, sono la mamma di Connie Ray Evans, la scongiuro, non uccida il mio bambino».«Madame, deve capire, la legge, il governatore...». «Direttore, non uccida il mio Connier, il mio bambino». «Signora non posso, io sono solo un esecutore». La madre andò via ciondolando sulle gambone varicose, ma si fermò davanti al braccio della morte. A bassa voce cantò una ninna nanna al figlio, una nenia del Delta, "Sleep, my baby, sleep". Non bastava che la "muffa" fosse tornata a essere uomo. Ora, attraverso quella madre e quel canto, era addirittura tornato "my baby", un assassino, un killer a sangue freddo. «Lo so, me lo ripetevo continuamente».