Vittorio Zucconi, La Repubblica, 15/07/1996, 15 luglio 1996
La notte dell’esecuzione, Donald Cabana, che doveva fare anche da boia perchè lo Stato del Mississippi non impiega un suppliziatore a tempo pieno, continuava a ripetersi:«è un assassino, è un uomo che ha ucciso un innocente per portargli via duecento dollari, è un criminale che ha creato due orfani, una madre in lacrime e merita la morte
La notte dell’esecuzione, Donald Cabana, che doveva fare anche da boia perchè lo Stato del Mississippi non impiega un suppliziatore a tempo pieno, continuava a ripetersi:«è un assassino, è un uomo che ha ucciso un innocente per portargli via duecento dollari, è un criminale che ha creato due orfani, una madre in lacrime e merita la morte. Ma poi mi tornava davanti la donnona nera con il cappellino, perchè mi porta via il mio Connie direttore, il mio baby. E allora mi domandavo, come si può pareggiare il conto di una morte spegnendo un’altra vita? Quale ingiustizia avrebbe mai raddrizzato il pianto di sua madre? A propostio la mamma di Connie morì tre mesi dopo l’esecuzione, di infarto». Nella saletta d’attesa, lo stanzino dell’"ultima notte" accanto alla camera a gas dove rimbombavano i tonfi delle ultime prove («avevo gassato un coniglio, la sera prima, per accertarmi che tutto funzionasse a dovere») il "bambino" mangiava la sua ultima cena, pollo fritto, fragole con la crema, birra, caffè. «Entrai, gli dissi, Connie, ha chiamato adesso il gevernatore. Alzò la faccia di scatto dal piatto, perchè sperano tutti di sapete, fino all’ultimo, nessuno è mai rassegnato. Niente grazia. Sputò il pollo. Scosse la testa. Una cosa non capisco, brontolava, perchè mai ho ucciso quell’uomo. Appena arrivo su, voglio chiedere a Dio soltanto questo: Signore, perchè l’ho fatto? Si alzò, abbracciò il prete, mi strinse la mano. Si faceva forza. Ma poi mi bisbigliò all’orecchio: direttore ho paura. Che gli dovevo rispondere? Non aver paura? Gli ripetei soltanto: ricordati di respirare profondo, Connieª