Vittorio Zucconi, La Repubblica, 15/07/1996, 15 luglio 1996
A mezzanotte, come vuole la legge, era già legato sulla sedia di ferro verniciata di nero, il capo legato a un poggiatesta imbottito e avvitato al palo di sostegno della sedia per evitare quello che era successo a un altro gassato, che non riusciva a morire e cercava di accelerare la fine pestando la nuca contro il palo, per spaccarsela
A mezzanotte, come vuole la legge, era già legato sulla sedia di ferro verniciata di nero, il capo legato a un poggiatesta imbottito e avvitato al palo di sostegno della sedia per evitare quello che era successo a un altro gassato, che non riusciva a morire e cercava di accelerare la fine pestando la nuca contro il palo, per spaccarsela. «Stavo alla finestra della camera a gas davanti a Connie e lo guardavo in faccia. I nostri occhi rimasero in contatto continuo perchè quegli sguardi erano l’ultimo messaggio di umanità tra noi, l’unico conforto che potessi dargli anche quando la leva si abbassò. Soltanto quando rivoltò gli occhi all’indietro, alla prima zaffata di gas, ci staccammo. Il medico di servizio, che sorvegliava il cuore attraverso gli elettrodi appiccicati al petto, mi disse dopo due minuti, ecco, ha perso i sensi. Ma il cuore si dimenava sotto le cinghie, le dita stringevano i braccioli. Piangeva, o almeno gli scivolavano lacrime dagli occhi mescolandosi a un liquido chiaro che colava dal naso e alla schiuma gialla sulla bocca e il medico ripeteva ecco, è fatta, adesso si, è morto, sono soltanto spasmi post mortem del cadavere, direttore, ma io ripetevo maledizione è ancora vivo, ti prego respira forte Connie, muori amico mio, muori, sleep little baby, sleep».