Alberto Arbasino, La Repubblica, 27/06/1997, 27 giugno 1997
Ma il tema - la solita crisi dell’intellettuale provinciale a Roma la solita crisi della coppia locale a Roma, la solita gelosia coniugale romana tra tediose discussioni sulla Rai in pizzeria e melensi telefilm in tinello, soprattutto fastidi, e mai un’evasione verso qualcosa di interessante o piacevole parrebbe soffocante e inerte come negli ultimi romanzi clonati di Moravia: dove tutta una lunga esperienza di cultura e impegno internazionale sembra immiserita nel tormentone se la parrucchiera la dà o non la dà al ragioniere e all’ingegnere
Ma il tema - la solita crisi dell’intellettuale provinciale a Roma la solita crisi della coppia locale a Roma, la solita gelosia coniugale romana tra tediose discussioni sulla Rai in pizzeria e melensi telefilm in tinello, soprattutto fastidi, e mai un’evasione verso qualcosa di interessante o piacevole parrebbe soffocante e inerte come negli ultimi romanzi clonati di Moravia: dove tutta una lunga esperienza di cultura e impegno internazionale sembra immiserita nel tormentone se la parrucchiera la dà o non la dà al ragioniere e all’ingegnere. Mentre la vita vera dei narratori alla romana, secondo il tamtam delle megere in carriera, sarebbe molto più divertente. Lei torna a casa tutta strapazzata e zozza. Lui non aspetta altro. «Anche stasera, quelli?». «Peggio che ieri e l’altro ieri». «E cosa t’hanno fatto, oltre al culo?» «Fosse solo quello». «Ce lo avevano grosso?». «Da cavallo, da gorilla. Il triplo del tuo. Uno poi ..». «Sul cassonetto della monnezza come al solito?». «Sopra, sotto, dappertutto, un casino, un macello». «Ma non è ancora niente, vero?» «E te ce credo, sapessi cosa m’hanno fatto dopo!». Insomma, questa è vita dottò. E invece nella narrativa, la noia. Sotto la maledizione della narrativa italiana: la difficoltà di uscire dall’autobiografia, dall’appartamento, dall’infanzia, dalla famiglia. Con Goffredo, invece, contemporaneamente a L’eleganza è frigida (reportage ”cool” dal Giappone), le scopate e i pompini sono torridi, sotto quel mito e feticcio Cazzone che aveva soggiogato anche Fellini, nella Città delle donne. Enorme, sempre duro, capace di cose da pazzi, signora mia e che male. Ahi, ahi. E appartiene a un picchiatore nero (nel senso di fascista, non di immigrato vuccumprà). Ma sarà veramente un trip latino e pagano, e poi controriformisti e cattolico, e magari paterno e divino, e del Duce, e di Edipo, e del branco per gli inevitabili rigiri e trambusti romani e freudiani, magari di Rimini? Dopo tutto, anche in tanta narrativa americana protestante e puritana il cazzone smisurato per la moglie insaziabile appartiene a un nero che là non è un fascista della Balduina ma un pugile o spacciatore di Harlem o del Bronx e spinge il bianco o la bianca intellettuale in crisi ad abiezioni abominevoli e pensosissime fra le discariche abusive. (Anche Jean Genet di passaggio, in adorazione delle Pantere Nere, quando erano favoleggiate di terrorismo). Mentre i gay sodomiti ”trendy” o ”square” li vestono alla moda, li sfoggiano nelle discoteche, li trascinano alle sfilate esclusive, e se non si arriva al delitto o all’Aids vivono nel successo dei sarti e cantanti trasgressivi e soddisfatti e benedetti da Madonna. Magari con moglie ornamentale-come i più popolari beniamini del pubblico.